sabato 31 dicembre 2011

La notte più lunga dell'anno

Maria SS. Madre di Dio
Lc 2, 16-21

Tante notti. Tante veglie insonni. Ma quella del trentuno dicembre è particolare. Ci si prepara da tempo per organizzarla. Prima il cenone, normalmente fino a mezzanotte, poi si scende in piazza per brindare al nuovo anno. Molti sono i concerti che allietano le città. 

I botti, grande tradizione partenopea diffusa un po’ dovunque, già dal mattino fanno sentire la loro “voce”; a mezzanotte raggiungono il clou. Variopinti colori si mischiano nel cielo notturno ritmati da colpi da sparo, lasciando nell’aria una gradevole scia di zolfo.

A quell’ora è veramente un caos. Si saluta il nuovo anno stappando bottiglie di spumante, abbracciandosi, urlando di gioia, gettando cose inutili. 

In effetti, anch’io avrei qualcosa da buttare. Sono quelle cose inutili che offuscano i miei pensieri, come scrupoli o sensi di colpa. Oppure quel pessimismo cosmico che a volte mi assale e mi rende bruto.

Però voglio anche ringraziare Dio per quanto mi ha dato. Molto. Anche per aver aperto questo blog ed essermi, così, immerso in un’esperienza decisiva di condivisione che mi ha permesso di potervi parlare di me e aprirmi al confronto con alcuni di voi. 

Sono proprio contento di poter ringraziare Dio con voi e sotto lo sguardo di Maria, la madre di Gesù. Lei ci insegna sempre che se vogliamo cambiare il mondo, dobbiamo partire dalle cose umili del quotidiano e lì dire il nostro sì a Dio e al suo disegno di amore. 

Quando scoccherà la mezzanotte, tra botti e spumante, guarderò il nuovo anno con ottimismo perché so che Dio non ci abbandonerà e troverà il modo per rendersi presente nella nostra vita. Così come ha fatto con Maria. 

A noi la risposta.
                                                                          Buon Anno!

giovedì 29 dicembre 2011

VIII di natale 5 giorno


La missione di Cristo

1 Gv 2, 3-11; Sal 95; Lc 2, 22-35



La missione di Gesù si traccia sin da bambino. Egli è venuto sulla terra per salvare gli uomini, assumendo la loro condizione. Egli va diritto al cuore per svelare l’egoismo che vi è nascosto. Lo stesso Simeone, alla sua presentazione al Tempio di Gerusalemme, afferma: Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori.

Solo Lui che è Dio può arrivare nelle profondità del cuore e portarle alla luce per eliminare l’ombra dl peccato, che deteriora e distrugge. Nel rispetto dell’uomo e del popolo ebraico, dove è nato.
Proprio perché lo esigono le leggi di Mosè, Maria e Giuseppe, presentano Gesù al tempio per la circoncisione, che equivale al nostro battesimo, il quale è una circoncisione dello Spirito che consacra il cuore a Dio.

Simeone è contento e chiede al Signore di lasciarlo morire, ormai, perché quello che attendeva è sotto i suoi occhi. Ma lo lascia con la profezia di ciò che egli sarà: quel Figlio di Dio che deve soffrire, morire per poi risorgere. In questo mistero anche quello della madre, Maria, cui una spada trafiggerà il cuore.

Grazie a questa missione, la luce che si è incarnata può risplendere in eterno grazie a Dio, che risorge Gesù dai morti e lo innalza alla sua destra per essere l’unico mediatore tra noi e Lui. In questo la nostra missione che è quella di amarci gli uni gli altri di vero cuore. L’unico modo per dissipare le tenebre e far risplendere la luce del Regno, che abbiamo ricevuto nel battesimo. 

domenica 25 dicembre 2011

Luce vera

  Natale del Signore, La messa dei Pastori
Lc 2, 1-14

Qualche tempo fa andai in montagna con alcuni amici, di notte, per attendere l’aurora. Faceva molto freddo, anche perché si era in alta quota. Avvolti tra le coperte abbiamo, comunque, assistito ad uno spettacolo stupendo.

La notte pian piano è indietreggiata lasciando spazio ad un piccolo spiraglio di luce per poi cedere man mano ad un raggio candido di splendore, che gradatamente si è tinto di colori vermiglio e rosaceo, per poi passare alla tenue tonalità dell’arancio. Poi è comparso il sole.

Una forte emozione simile a quella di stanotte in chiesa, nell’attendere la mezzanotte del Natale.

Stanotte la luce artificiale che mi ha colpito, come ogni anno. Senza di essa non si poteva celebrare. L’ho paragonata alla luce di Cristo, quella che dovrebbe essere sempre nel mio cuore per riscaldarlo. Un paragone non alla pari perché quella di Cristo è una luce che non tramonta mai, che non finisce e non va via all’improvviso, come potrebbe essere per l’energia elettrica.

È un’alba eterna che affascina e dà vita, continuamente.

È quel bagliore interiore che non viene mai meno neanche nel buio delle difficoltà e delle preoccupazioni della vita. Però bisogna conquistarla. È come la mia salita in montagna: in nessun altro posto avrei potuto ammirare uno spettacolo così bello. Ma è costato fatica e molto freddo!

In effetti, la luce amica di Gesù richiede sempre una reciprocità. Lui si dona a me ma io lo devo accogliere come Maria e Giuseppe, come i pastori …. l’annuncio dell’angelo deve toccarmi dentro e rapirmi in questo strano amore di Dio, che nasce sempre dove meno te lo aspetti.

Signore aiutaci a riconoscere sempre i segni della tua presenza ed a seguirli per portare nel mondo la tua luce vera di speranza e di carità, per un mondo più giusto e pieno di pace. La pace vera che è tuo dono.

domenica 18 dicembre 2011

Amorevole obbedienza

IV DOMENICA DI AVVENTO
Lc 1, 26-38

Circa un anno e mezzo fa, ho fatto un’esperienza molto intensa di preghiera: il mese ignaziano. Si tratta di un cammino a tappe, nell’arco di un mese, che parte dalla meditazione sulla realtà del peccato e poi t’immerge nel mistero di Cristo, dalla sua infanzia, al ministero pubblico, per arrivare alla sua Pasqua.

Al termine della prima delle tre tappe previste, sono sprofondato in una profonda crisi di rigetto; per un quarto d’ora ho vissuto un dibattimento spirituale mai provato prima, al punto che se avessi avuto la macchina e non fossi tanto lontano, sarei partito a razzo per tornare a casa. Per fortuna mi trovavo in Sardegna e avevo già prenotato l’aereo con la data del ritorno.

Ciò che più mi ha confortato è stata la figura di Maria. Proprio quel giorno stavamo completando l’infanzia di Gesù e la sera avevamo visto il film Nativity. In questo modo ho avuto la possibilità di immergermi nel ruolo e nell’importanza di Maria e mi sono accorto che la sua sofferenza è stata bel superiore e duratura rispetto alla mia del momento.

Mi sono sentito incoraggiato ed ho avuto così la forza di riprendere e continuare il cammino per immergermi nel mistero di Cristo. Ho avuto, così, il piacere di fare un’esperienza che ha segnato la mia vita in modo profondo, potendo così pronunciare il mio sì a Dio con la stessa decisione della Madonna perché, evvero, nulla è a Lui impossibile.

Inoltre, da allora il ruolo di Maria per me è molto più concreto e reale di quanto non lo fosse prima, moto legato a pratiche devozionistiche. Veramente la stimo e la sento come una madre che, amorevolmente, mi è vicina e mi sostiene nel cammino verso suo Figlio.

giovedì 15 dicembre 2011

Soldatini


Caro diario,

                 qualche giorno fa ho visto una mostra di soldatini e ne sono rimasto entusiasmato.

Epoche diverse, squadriglie ben disposte ed in uniforme, fortini del Farwest, nazisti, carabinieri, aerei...molte cose da vedere che mi hanno ricordato quei soldatini con i quali passavo il tempo da bambino, giocando con i compagni.


Si giocava proprio a fare la guerra, con tutta l'attrezzatura necessaria, dai soldatini ai carriarmati. Anche le bombe. Infatti, quando pativa un siluro tanti soldatini finivano in aria, alcuni anche si smarrivano e non li trovavamo più, nonostante oculate ricerche.

Anche noi avevamo la nostre perdite!

Insomma, sembra che senza guerre l'uomo non possa vivere; sono esistite in ogni epoca, anche quando si usavano solamente armature e cavalli. E la pace non si è mai raggiunta del tutto.

I periodi di quiete sono durati poco.

Chissà se prima o poi si riuscirà a vivere in pace e senza violenza. Nel rispetto di tutti. 

Eh già, caro amico, anch'io ho un sogno.

A presto!

domenica 11 dicembre 2011

La gioia nel cuore

III Domenica del Tempo di Avvento
Gv 1, 6-8. 19-28

In molte persone cristiane ho sempre visto una severità eccessiva che mi ha condizionato. Mi sono rinchiuso in schemi da seguire per raggiungere una perfezione impossibile. Siccome non la raggiungevo mai, ero sempre triste.

Vedevo il peccato dappertutto e mi sentivo sporco e rifiutato da Dio. Non riuscivo a trasmettere gioia ma solo l’inferno che c’era dentro di me.

Per fortuna oggi i miei modelli sono cambiati ed io stesso vivo la gioia. Quella serenità nel sentirmi amato da Dio e non giudicato severamente per non aver rispettato delle norme. Mi sento apprezzato da Dio e da me stesso per quello che sono, soprattutto nelle mie mancanze e nei miei lati negativi.

Quest’anno ho voluto esprimere la mia gioia facendo l’albero di Natale. Erano anni che lo avevo rilegato nel dimenticatoio delle cose inutili. Eppure mi è sempre piaciuto! Allora mi sono messo all’opera e l’ho adornato secondo i miei gusti; proprio per questo mi dona serenità.

Perché esprime quella luce che ho dentro. Me lo sono conquistata e spero adesso che non vada più via. Mi dà calore ed energia e voglio che siano anche gli altri a goderne in qualunque momento. Soprattutto quando li accolgo nella mia casa.

Oh Signore fa che possiamo ospitare con gioia il lieto annunzio della salvezza e portarlo agli altri come fiamma che arde nel cuore, spesso deluso e amareggiato dalle tenebre del mondo. Fa che siamo noi stessi quella piccola goccia di speranza che il mondo attende e non vede. Per portarlo alla grande luce del Natale.

sabato 3 dicembre 2011

Preparare la strada

II Domenica del Tempo di Avvento - anno b
Mc 1, 1-8

Nel realizzare una strada occorre spianare per creare la carreggiata. Così si può tranquillamente passare e raggiungere una meta. Ci vuole molto tempo e lavoro, soprattutto se si tratta di strade collinari o montane. In questo caso non basta spianare; ci vogliono anche ponti e gallerie.

Questo lavoro è affidato a ditte specializzate, dotate di mezzi adeguati per la realizzazione del progetto. Anche di personale esperto: ingegneri, camionisti, escavatoristi, manuali e così via. E di collaudatori che controllano l’opera per vedere se adatta al passaggio della gente.

Dopodiché, la strada è aperta al traffico e la si può percorrere con sicurezza e tranquillità, riuscendo così a raggiungere in poco tempo la località desiderata.

Vedo san Giovanni battista, il precursore di Gesù, proprio come un esperto che prepara la strada per chi vuol raggiungere il Messia e la salvezza che propone. Lui è un messaggero che ci invita a lavorare sotto la sua guida per realizzare la strada di Cristo. Una volta realizzata l’opera, che è l’incontro con il Figlio di Dio, egli se ne va e ci lascia liberi di percorrerla.

Ecco allora, grazie a questa figura, un altro aspetto dell’avvento: preparare la strada alla venuta del Signore. Come? Spianando le montagne dell’orgoglio e dell’egoismo.

Giovanni l’ha fatto andando nel deserto mettendosi seriamente in ascolto del suo cuore. Noi lo possiamo fare creando, nel corso della nostra giornata, degli spazi di silenzio in cui ritrovarci per metterci in contatto con noi stessi e con Dio. Magari con il vangelo in mano.

Allora, forse, ci renderemo conto che Gesù è nato in una mangiatoia e non in una cullina, fresca di lenzuola bianche e ricca di drappi dorati e ricamati.

sabato 26 novembre 2011

Attendere

I DOMENCA DI AVVENTO - anno B

Mc 13, 33-37



Aspettare e non venire è cosa da morire.

Questo detto popolare che qualche volta ho sentito, oggi mi ritorna in mente. Proprio perché inizia per noi cristiani il periodo dell’avvento, che ci invita ad attendere la venuta di Cristo nella nostra vita.

Certo, l’attesa di una persona per un appuntamento è snervante, soprattutto quando non si rispetta l’orario. Ci si sente feriti nell'orgoglio.

Diverso, però, è quando non sai il momento in cui verrà la persona che aspetti.

Ho conosciuto diverse donne anziane che in passato hanno atteso per anni il loro marito, partito per la guerra o emigrato per lavoro. Alcune di loro non lo hanno mai più visto. Nonostante tutto le sono rimaste fedeli:  il loro cuore non lo hanno dato a nessun altro uomo.

Un’attesa che sembra strana per il mondo di oggi, quasi proiettato nell'ebbrezza del momento.

Eppure quelle donne sono riuscite a portare nel cuore la fedeltà al marito, senza sapere se e quando tornasse.

Vedo così l’attesa di noi cristiani per la venuta del nostro Signore. Non sappiamo quando sarà la sua seconda venuta; intanto lo portiamo nel cuore sin dal giorno del battesimo. Custodiamo una presenza spirituale alimentata da quella vera e misteriosa della Parola e dell’Eucaristia. Quella che ci permette di vederlo nei poveri e nei sofferenti.

Quella è la stalla dove continuamente Gesù si rende vivo e vero ai nostri occhi.

Che il Signore ci doni la grazia di vederlo ed innamorarci di Lui, sì da poter alimentare in noi la fiamma viva della fede che un domani ci permetterà di incontrarlo faccia a faccia ed essere scrutati dalla sua luce infinita di amore.

domenica 20 novembre 2011

Bilanci

Nostro Signore Gesù Cristo, Re dell’Universo
anno A

Mt 25, 31-46




Quando andavo alla ragioneria, ci facevano fare lunghi calcoli che alla fine finivano in un bilancio. Non si trovavano mai! Passavo pomeriggi interi per trovare l’errore, spesso anche con i compagni. Ma lo sbaglio non veniva fuori. Bisognava sempre chiedere consiglio al prof.

Allora si trovava la soluzione. Ovviamente senza uso di computer. Così le entrare e le uscite confluivano in quel famoso risultato che l’esercizio indicava, anche se a volte pure quello era sbagliato. Si vede che tutto era pensato a tavolino.

Anche nella vita di fede ho fatto molti bilanci e non mi sono mai trovato. Fin quanto non ho trovato le persone giuste che mi hanno aiutato a trovare la soluzione. Il mio bilancio continua a vestire di rosso, ovviamente. La mia fragilità, i miei peccati, gli errori sono tanti. Ma non potrebbe essere altrimenti.

E’ inevitabile: quando ti confronti con la Parola, che luce, non può venir fuori un bilancio positivo. Almeno che non consideri una cosa. Cioè che Dio non è un giudice che sta lì a vedere ogni sbaglio che fai, ma un Padre che vuole aiutarti a migliorare.

Sicché, se anche il bilancio non è roseo, non mi mortifico, ma sono contento di offrirlo a Dio così com'è perché Lui può trovare la soluzione, me la può offrire, come il mio prof.

Mi sento più sereno in questa solennità di Cristo Re, perché ancora una volta il buon pastore mi dà la possibilità di ricominciare. Di chiudere un anno faticoso e ricco di misericordia e di aprirne un altro pieno di speranza e di attesa, dove potrò donare tanto se mi lascio baciare da Dio e del suo amore.

domenica 13 novembre 2011

Il soffio dello Spirito

XXXII domenica del tempo ordinario – anno A

Mt 25, 14-30

Oggi voglio parlarti di un monaco di nome Romualdo.

È vissuto nel medioevo ma è come se in questi giorni lo avessi conosciuto. Sono stato in un luogo dove egli per un po’ ha vissuto: Camaldoli (Arezzo). Li, a suo tempo, ha fondato una comunità monastica del tutto particolare nel suo genere.

Non so tu, ma quando mi parlano di monaco, penso subito a una persona isolata dal mondo che vive nella solitudine della cella. A Camaldoli, invece, ho incontrato dei monaci che vivono in comunità: i monaci cenobiti. Essi alternano il deserto a  momenti di vita comunitaria.

Alcuni di loro hanno guidato me e il mio gruppo nella preghiera. Sono stato lì cinque giorni ed ho respirato l’aria del luogo; soprattutto ho incontrato il carisma del loro padre fondatore, al punto che posso dire di averlo incontrato.

La mia riflessione è questa: una persona può vivere nel tempo se riesce a interpretare le esigenze del suo tempo e a tradurle in qualcosa di concreto. Se si fa portavoce dello Spirito e segue il soffio del suo vento.

Incontrare Romualdo e la sua comunità è stato per me come immergermi nel soffio dello Spirito, che coinvolge anche la mia storia. Ma non è così anche per te e per tutti gli uomini che, in un modo o nell'altro segnano la storia?

Oggi il vangelo chiama questo soffio con un nome concreto: talento. Sì: il Signore ci dona qualcosa che non è nostro e che noi siamo chiamati a compiere nella storia per la realizzazione del Regno.

Oh Signore, dacci il coraggio di fidarci sempre più delle nostre intuizioni e a vincere le paure che bloccano la sorgente dei nostri desideri. Aiutaci ad aprirci per trovare compagni di viaggio e raggiungere così la meta del tuo amore.

domenica 6 novembre 2011

Il saggio

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A
qumran2.net
Mt 25, 1-13


La saggezza è un grande dono che si acquisisce col tempo e l’esperienza.

Quando i miei genitori dovevano fare qualcosa in cantina o nei terreni, si consigliavano sempre con una persona anziana che abitava vicino casa. Ero piccolo, ma questa cosa mi è sempre rimasta impressa.

Una volta mio padre fece restaurare delle grandi botti di mio nonno. Prima di mettergli il vino dentro chiamò questo saggio. Lui vi entrò, fece la sua ispezione e disse che erano buone e che si potevano usare.

Un’altra cosa mi colpì di questa persona.

Lui era vedovo e viveva da solo. Un giorno andai a salutarlo e lo trovai vicino al fuoco che leggeva la Bibbia. La cosa mi colpì. Anche perché era intento nella lettura di un libro dell’Antico Testamento, molto più impegnativo del vangelo.

La saggezza! Esperienza umana e di fede.

Sì, i saggi per tanto tempo sano stati un punto di riferimento per le nostre comunità. Anche per consigli delle volte. Per questo ci hanno sempre insegnato il rispetto per le persone anziane.

Che il Signore conceda anche a noi la sapienza del cuore e la saggezza di vita per avere sempre una riserva di olio per la nostra lampada. E quando la luce sta per spegnersi, ci dia il coraggio di cercarla fra le persone che camminano con noi. Sicuramente Egli ce la donerà.

domenica 30 ottobre 2011

Bella faccia

XXXI Domenica del Tempo Ordinario – Anno A
 
Mt 23, 1-12

Il modo di apparire agli altri rischia di prendere il sopravvento nella nostra via perché non vogliamo essere giudicati mali. Le malelingue tagliano e fanno male! Tuttavia, quando non si ha nulla da nascondere perché bisogna temerle?

Allora ci troviamo dinanzi ad un bivio: o indossare delle maschere e con esse avere il rispetto della gente; o essere se stessi e conquistarsi la fiducia degli altri costruendo rapporti umani autentici. Da qualche tempo, preferisco la seconda strada. Quella più difficile.

Tuttavia, in questo modo, chi mi è accanto mi accoglie non per degli atteggiamenti corretti, ma per quello che sono e mi aiuta a crescere quando sbaglio, nella sincerità e nell’immediatezza. Se veramente una persona mi vuole bene, non mi condannerà quando sbaglio, ma troverà il modo di andare nel profondo e di capirmi. Non sparlerà di me, ma mi chiamerà in disparte e mi farà notare alcune cose. Forse mi chiederà anche scusa.

Senza maschere, evvero, si è vulnerabili e le tempeste possono travolgerti. Ma è meglio essere travolti che essere presi in giro. È meglio essere delusi che essere soddisfatti da persone edulcorate che sanno dirti sempre le stesse cose. E non con il cuore, ma con quella adulazione subdola da alto borgo.

Preferisco i bassi fondi. Lì non mi giudicano per il mio modo di vestire, ma sanno saziare la mia fame, senza neanche sapere chi sono. Sì: preferisco gli ultimi posti e prego il Signore che mi faccia navigare sempre in questo mare poco gettonato ma ricco di un panorama stupendo che desta meraviglia e stupore. Sempre!

mercoledì 26 ottobre 2011

Mercoledì della XXX settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)

La debolezza


Rm 8, 26-30; Sal.12; Lc 13, 22-30



La nostra debolezza delle volte è troppo forte e ci spinge talmente in basso da farci credere che per noi la salvezza è lontana. Come quando ti trovi in un pericolo imminente e pensi di non uscirne. O in un incubo. Chi può tirarci fuori?

Ancora oggi Paolo ci viene in aiuto. E’ lo Spirito che soccorre la nostra debolezza e la porta a Dio anche attraverso gemini inesprimibili. Lui la trasforma e la offre a Dio per realizzare il suo progetto d’amore, che è la conformità all'immagine di suo Figlio, morto e risorto per la nostra salvezza.

lunedì 24 ottobre 2011

Lunedì della XXX settimana del Tempo Ordinario - anno dispari


L’eredità



Rm 8, 12-17; Sal.67; Lc 13, 10-17

Quando riceviamo in eredità un bene, un pezzo di terra, una casa o altro, dobbiamo impegnarci per migliorarlo, altrimenti l’usura del tempo lo porta in rovina. Occorrono opere di manutenzione, di mantenimento, ed interventi di adeguamento e miglioramento, per renderlo più adatto alle esigenze dei tempi.
Anche la fede che abbiamo ricevuto in eredità dal giorno del nostro battesimo, deve crescere e migliorare attraverso la nostra adesione e i frutti delle opere buone. Lo Spirito Santo ci aiuta in questo, allontanandoci dalla rovina della carne, che tende a distruggere quanto ricevuto da Dio.
La carne è paragonabile, appunto, all’usura del tempo che distrugge. Se la si segue, senza intervenire per migliorare, si arriva alla distruzione totale: la morte. Se, invece, facciamo nostro i suggerimenti dello Spirito, cresciamo e costruiamo un grande edificio spirituale, che non è solo nostro, ma di quanto camminano con noi.
Questa eredità, ci ricorda ancora Paolo, è quella si Cristo, in altre parole la sua morte e resurrezione. Perciò è un continuo passaggio, che avviene nella nostra vita, da momenti difficili di sofferenza alla gioia vera che viene da Dio, che un domani sarà definitiva.
Per questo, come ieri c’era ricordato, l’umanità è il volto del Dio vivente e siamo chiamati sempre a servirla per crescere nell’amore con l’aiuto dello Spirito. Le norme servono proprio a questo: per risollevare chi è imprigionato da atteggiamenti di morte per riportarlo alla vita.
È questa la nostra missione da operare sempre, senza lasciarci condizionare dalla severità della norma, che è al servizio dell’uomo e della sua crescita interiore.

sabato 22 ottobre 2011

Punti di riferimento

varie 496
XXX Domenica del Tempo Ordinario – Anno A
Mt 22, 34-40
Quando sei nella nebbia, non vedi più nulla. Anche se c’è luce, questa si rifrange e ti abbaglia come un muro. Puoi camminare, ma non sai dove andare perché non ci sono punti di riferimento.

Devi solo aspettare che passi, soprattutto quando è fitta. Altrimenti rischi di andare fuori strada o di finire contro un ostacolo Quando poi si dirada, puoi osservare tutto, anche i particolari, specie se l’aria e nitida. Ti puoi orientare.
La vita di fede ha spesso a che fare con un’esperienza simile. Non vedi nulla, non trovi più il senso dell’esistenza; non hai risposte da Dio e ti devi fermare. O lasci andare o aspetti.
Puoi anche cambiare strada se vuoi.
Tuttavia, se credi, sai che alla fine il Signore toglie la nebbia e ti fa vedere, anche dove non ci capivi nulla.

Ci poniamo delle domande, a volte troppe; ma quando gustiamo la bellezza del panorama, rimaniamo stupiti e la meraviglia è l’unica risposta che ci rinsalda nel nostro cammino di fede.
All'improvviso ci si sente amati e coccolati dalla natura e dalle persone che camminano con noi. Riusciamo a vederle per come sono. Le riscopriamo.
Già, le cose belle hanno bisogno di essere conquistate. Col tempo e il sacrificio s’illimpidiscono e si mostrano nella loro natura.
Quello che Dio racchiude nel comandamento dell’amore: ama Dio sopra ogni cosa ed il prossimo come te stesso, è l’unico criterio per uscire dalla nebbia. Un atteggiamento che parte da noi stessi per aprirsi a Dio, al mondo, agli altri. Come un panorama che si svela.

Bello e misterioso.

domenica 16 ottobre 2011

Il primato

XXIX Domenica del Tempo Ordinario – Anno A
Mt 22, 15-21

Per amore si fanno cose folli. Parlo del vero amore, quello che riconosce l’importanza ed il valore della persona amata, al di là del puro sentimento. Anche quando non si prova più nulla. La persona non cambia come i sentimenti.

Certamente le emozioni hanno la loro importanza. Sono la base di una vera esperienza di conoscenza. Però, occorre andare oltre. È difficile essere capiti per quello che si è veramente, tanto più essere amati. Perché è necessario che il nostro cuore sia accolto da un altro, senza pregiudizi. Questo richiede molto tempo. Assegnare il primo posto a qualcuno esige scelte concrete che ne confermino la decisione fondamentale.


Se riconosco che il Signore è la mia vita e voglio metterlo al primo posto nel mio cuore, devo crescere con Lui. Ma, prima di tutto, è necessario sperimentare che la sua amicizia è l’unica che può riempire il mio cuore e renderlo capace di amare.


Quando un mio amico chiese alla sua ragazza di sposarla, lei gli disse che non avrebbe mai avuto il primo posto nel suo cuore, perché lo aveva già dato a Dio. Lui rimase male. Tuttavia lei gli disse che questo era fondamentale per amarlo come sposo in tutta la vita. Perché solamente il Signore poteva aiutarla ad amare sul serio e per sempre.


Questo vale anche per noi. Siamo sempre chiamati a scegliere tra Dio ed altri idoli che, in vario modo, ci condizionano. Sono i vari “Cesari” che presumono di essere “Dio” e s’impongono alla nostra vita. Ma sul nostro cuore non hanno nessun potere. Come dice Gesù, è indispensabile, allora, dare a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio.

sabato 8 ottobre 2011

Abiti di festa

XXVIII Domenica deTempo Ordinario – Anno A
Mt 22, 1-14

 
Quando si è in festa, s’indossano gli abiti più belli. Addirittura per i matrimoni se ne comprano di nuovi per fare bella figura e condividere la gioia degli sposi. Di là da inutili eccessi, mi sembra giusto. Anche con i vestiti si esprimono dei sentimenti.

Mi ricordo che una volta a un ricevimento, il nonno del festeggiato si presentò con gli abiti da lavoro. Venne così come si trovava, a causa della sua avanzata età. Subito lo portarono a cambiarsi e quando ritornò, esprimeva qualcosa di diverso con il suo abito stirato e lucente. Manifestava proprio la gioia del nipote, che in quel giorno aveva ricevuto la cresima. Come una luce diversa.

Questo ricordo da bambino, mi richiama il vangelo di questa domenica, dove pure si parla di un banchetto. Precisamente di un pranzo nuziale, dove occorre l’abito appropriato. Sembra una banalità. Ma, a ben pensarci, l’abito esprime quello che siamo. Il nostro essere più profondo.

Siamo chiamati a venire allo scoperto. Nelle parti belle e brutte. Come quel nonnino è stato invitato a cambiare abito, così noi. Vedo nell’abito vecchio l’ipocrisia. In quello nuovo la voglia di essere noi stessi. È questo quello che il Signore desidera da noi. Ci aiuta a crescere e per questo ci invita a cambiare abito per partecipare alle nozze di suo Figlio.

Non lo può imporre. È chiamata in causa la nostra responsabilità. Penso che ci convenga seguire l’esempio di quel nonnino e lasciarci cambiare l’abito per gioire al banchetto di nozze dell’Agnello.

mercoledì 5 ottobre 2011

I miei strumenti


Caro diario,
                    come stai? Che domande. Starai con la testa fra le nuvole, come sempre. Ma così ti voglio! Sei il mio mondo e così devi essere.

Solamente che io sono sempre sotto questo cielo perché ho paura di volare e prendere il largo con te nell’infinito mondo della fantasia.

Ma quel’è il confine tra realtà e fantasia? Non lo sai neanche tu.

Questa sera, forse, una risposta ce l’ho. La vedo negli strumenti che cerco di suonare, o strimpellare, forse è meglio dire così.

Prima viene la tastiera, il mio primo amore. L’ho conosciuta alle elementari, quando me l’hanno presentata, anche se io volevo conoscere il clarinetto.

Tre mesi di pianoforte e poi basta! Era meglio giocare a pallone. Ma poi la ritrovo dopo la maturità. È l’harmonium. Me ne appassiono al coro parrocchiale e non lo lascio fin quando non imparo gli accordi ed io stesso guido la liturgia, anche con il canto.

Poi arriva la mia amica chitarrina.
 
Ero all’università. Non avevo nessuna tastiera. Di fronte alla mia camera, buttata in un sottoscala, trovo una chitarra. Chiedo il permesso e la prendo in mano. Con qualche metodo, comincio a provare gli accordi….non l’ho più lasciata.

Ecco, quando suono è come se gli strumenti diventassero le mia mani per esprimere emozioni. Sono un prolungamento di me ed è come se il confine tra realtà e fantasia svanisse per aprire  il sipario di un mondo che mi rigenera.

E allora, caro mio, veramente ritrovo me stesso e quella parte sepolta di me che da qualche tempo avevo dimenticato.

martedì 4 ottobre 2011

San Francesco d'Assisi

Semplicità


Gal 6, 14-18; Sal 15; Mt 11, 25-30

San Francesco è quasi un mito, sia da un punto di vista religioso che mondano.È una persona famosa in tutto il mondo e richiama subito la natura e l’ecologia, per il modo con il quale si rapporta alle cose. Considera tutti fratelli e sorelle, come recita nel cantico delle creature, e le rispetta, dando ad ognuno il giusto posto nell'ordine creato da Dio.

Tuttavia, Francesco è un grande, ed a giusto titolo, perché si fa piccolo, spogliandosi delle sue ricchezze e del suo orgoglio. Quando ha incontrato il Signor Gesù, ha ascoltato la sua chiamata e l’ha seguito fino in fondo, facendosi ultimo fra gli ultimi, lui che era il primo per onori e ricchezze.

La sua umiltà è stata il lievito che ha fermentato la riforma della chiesa dell’epoca, intrisa di potere mondano e, per questo, poco credibile. Con il saio e l’arma della povertà evangelica ha testimoniato le origini dell’epoca apostolica, quasi smarrite, ed ha riportato in vista proprio i poveri e gli umili.

Anche materialmente, aggiustava chiese diroccate, come san Damiano, e formava le prime comunità di frati; come unica regola il vangelo e le sue beatitudini. Ha dato così vita a un ordine, i francescani appunto, che nel corso dei secoli ha varato ingenti figure di santi che hanno continuato la sua predicazione ed il suo operato.

La sua semplicità oggi è da prendere come punto di riferimento. Se vogliamo seguire sul serio il Signore, dobbiamo spogliarci di noi stessi per riempirci di Lui e farci trasformare dal suo amore travolgente. Dov’è odio che io porti pace!

sabato 1 ottobre 2011

Buona raccolta

XXVII Domenica del Tempo Ordinario – Anno A
Mt 21, 33-43


Ieri mi hanno offerto un bel grappolo d’uva appena spezzato. Veramente ottimo. Quest’anno sembra una buona annata. Orami il periodo della vendemmia è vicino, almeno qui da noi. Si raccolgono i frutti. Buoni. Dietro questo raccolto c’è molto lavoro. Il vignaiolo non deve distrarsi un attimo dalle sue viti. Sempre vigilare per intervenire: la fresa del terreno, la potatura, il verderame….una serie di cose che richiedono un anno di lavoro.

Poi, quando ci sono acqua e bel sole al tempo opportuno, la fatica è ricompensata. Anche il regno di Dio è così. Proprio come una vigna da custodire. Il Signore ce l’ha affidata sin dal giorno del battesimo. Lì siamo diventati suoi collaboratori attraverso il Figlio Gesù, che lavora con noi.Evvero, Egli, perlopiù, raccoglie i frutti del nostro lavoro, ma non ci lascia soli. È con noi nella vigna per sorvegliarla. Con lo Spirito vediamo le giuste cose da fare e abbiamo la forza per realizzarle.

Con Cristo offriamo al Padre il nostro lavoro, come uva che si preme nel torchio.Il suo sangue versato si unisce alle nostre fatiche, che Dio trasforma in bene; in gustose bevande e cibi succulenti. Per noi e per tutti gli uomini di buona volontà. La vigna è universale, tutti siamo chiamati a lavorarvi.

Ma dobbiamo impegnarci per farla fruttificare attraverso un cammino personale, orientato alle opere buone ed edificanti. Oh Signore, non toglierci la vigna che ci hai affidato, ma per la tua misericordia, fa che possiamo essere buoni operai del tuo campo ed eliminare l’erbaccia del nostro egoismo.

mercoledì 28 settembre 2011

Torri medioevali


 Caro diario,
                    sono affascinato dall’epoca medioevale. Ho letto molte cose. Forse, anche in questo caso, la fantasia ha l’aspetto dominante. È lei che mi guida nel fascino di questo mondo.

Qualche giorno fa ho visitato un bastio medioevale.

In alto adagiato, sullo strapiombo di una collina, il rudere domina la valle, a ricordo di un’epoca passata, quasi abbandonata. Di sotto un nuovo paesaggio non più di pietre ma di cemento e di vivi colori.

Mi sono intrufolato in una feritoia e, quasi incorniciata, ho visto tutta la valle. Mi sono sentito un guardiano dell’epoca con l’arco in mano pronto a schioccare la freccia. Tra quei ruderi ho immaginato la vita che un tempo c’è stata.
 
Quel bastio è segno di un villaggio da difendere o di un confine da mantenere. Adagiate sulle sponde tante case, ora pietre, dove i contadini si rifugiavano. Ed una chiesa dedicata all’Arcangelo Michele, grande combattente a difesa del nome divino. E di quell’antico villaggio.

Certo per arrivarci non è stato agevole. Tra sassi e rami secchi in un sentiero in discesa, mi facevo strada aprendomi il sentiero. In avventura. Come un pioniere alla scoperta di antichi segreti. Chi ha abitato quel posto? Come viveva? Senz’acqua e senza luce al ritmo della natura e dissetati da una sorgente ancora famosa.

L’acqua disponeva, appunto, il dislocarsi degli agglomerati. I punti inaccessibili garantivano la sicurezza del luogo. La logica e l’ingegno dei guerrieri, l’inespugnabilità della torre. Mondo magico. Chissà se c’era un mago Merlino che con intrugli e bacchette magiche dirigeva la sorte futura.

Mondo misterioso, oscuro, ma fiorente. Epoca di passaggio, dicono, ma interessante. Tempo di sopraffazione e di persone giuste che hanno lottato per un mondo migliore.

Come oggi!



Scusa la licenza poetica e a presto, caro amico.

sabato 24 settembre 2011

Inutili

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO A

25 settembre 2011
Mt 21, 28-32

Diverse volte sono stato messo da parte perché non corrispondevo a dei criteri. Nella mente di alcune persone ero inutile, non servivo per i loro obiettivi. Sono esperienze bruttissime. Che, per certi aspetti, occorre fare.


Sì, perché ad un certo punto, quando mi sono visto da solo a credere in un’intuizione tutta mia, ho cominciato a lottare ed a seguire quella scia che Dio da sempre ha seminato nel mio cuore. Solo contro tutti, ma non senza il Signore.


Egli ha voluto mettere alla prova la mia fede. Mi ha dato la possibilità di crescere nel fare esperienze, ed alla fine, quando ogni porta sembrava chiusa, si è aperto il portone della speranza.


Oggi sono soddisfatto di vivere sulla mia vetta e mi rivedo, almeno per quanto riguarda il passato, come un pubblicano o una prostituta.


Mio sono allontanato da Dio; ma poi sono tornato da Lui e ho riscoperto la mia vita.


Le certezze che oggi ho, anche se altalenanti, a volte mi fanno paura. Perché rischiano di chiudermi in sicurezze fisse che potrebbero fossilizzarmi. Per tanto tempo sono stato così!


Allora, ogni giorno vivo i miei passi come se fossero i primi e sempre mi tuffo nell’avventura del quotidiano, come un pioniere.


Certezze; avventura. Mi piace questo binomio. Ha a che fare con me, con Dio, con quanti incontro lungo il cammino. E quando mi sento inutile ritrovo la mia forza in chi mi è accanto.

giovedì 15 settembre 2011

Premura materna

XXV Domenica del Tempo Ordinario – Anno A
Domenica 18 Settembre 2011
Mt 20, 1-16


I criteri di Dio sono sempre diversi dai nostri.

Egli tratta tutti secondo la sua logica dell’amore e di padre. A tutti è riservata la salvezza, anche all’ultima ora, come quella del cosiddetto buon ladrone.

Noi facciamo le cose, a volte, avanzando delle pretese e non ce ne accorgiamo. Perché a quello ha fatto così e a me ha riservato un altro trattamento? Non meritavo io di più? Ci chiediamo in alcune situazioni.

È vero, ci sono tante ingiustizie, ma spesso l’invidia porta a non vedere bene e a pretendere tutto per se stessi.

L’amore, invece, mette al primo posto gli interessi degli altri. Il loro bene.

L’affetto di una madre manifesta la premura particolare per ognuno dei figli, soprattutto per gli ultimi o più deboli. Dio si comporta circa allo stesso modo. Ha un occhio di riguardo per ognuno, tenendo conto delle necessità e dei tempi di ciascuno. Sa il bene di ciascuno.

Il nostro Dio è sempre lì che aspetta il ritorno della pecora smarrita o di quella zoppa. A differenza del nostro di fare, che tende a emarginare chi è differente da noi e a lasciarlo indietro.

Nessuno è un peso al cospetto di Dio.

La vita di ognuno di noi ha un forte valore. Non vuole che la sprechiamo; quando ce ne rendiamo conto, non è mai troppo tardi per cominciare a vivere. Abbiamo sempre una nuova possibilità. Sia che siamo alla fine o all’inizio del nostro esistere.

Signore aiutaci a gioire insieme con te quando ritorna una pecorella smarrita o vediamo il sorriso sbocciare su una persona che ritrova la sua voglia di vivere.

E’un tuo dono ed anche la nostra gioia.

venerdì 9 settembre 2011

Energia nuova

XXIV Domenica del Tempo Ordinario – Anno A
Domenica 11 Settembre 2011
Mt 18,21-35

Ci è difficile perdonare. Quando lo facciamo mettiamo dei limiti. Siamo disposti a capire la persona che ci ha offeso ma con lei non vogliamo avere più nulla a che fare. La consideriamo fuori dalla nostra cerchia di benevolenza.

Gesù invece ci invita a perdonare sempre ed in modo incondizionato, così come ha fatto Lui sulla croce. Così come fa Dio Padre nei nostri riguardi. Anche se il nostro peccato è enorme, Lui lo cancella per sempre se ci pentiamo. Ci dà una nuova possibilità di ricominciare.

Forse noi non siamo pronti per accogliere un dono così fuori dal mondo, perché i sensi di colpa non ci abbandonano e non perdoniamo a noi stessi, delle volte, il male che facciamo. O non accettiamo quella parte di noi stessi che vorremmo buttare nel cassonetto.

Dio è l’unico che può aiutarci a riconciliarci con noi stessi, con quella parte oscura di noi che condiziona il nostro relazionarci agli altri. Lui può donarci la pace perché sempre ci accetta per quello che siamo. Se ci sentiamo amati da Lui il suo perdono entra dentro di noi e ci dona energia nuova.

Sperimentandola viva nel nostro intimo, il cuore continuamente si ringiovanisce e si apre all’amore vero. Allora sì che il nostro perdono sarà incondizionato e sapremo capire che ci offende, donandogli quella serenità e quell’abbraccio che abbiamo ricevuto dal Signore.

domenica 4 settembre 2011

Rimproveri

XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO A
Mt 18, 15-20


Dai miei amici ho ricevuto molti ammonimenti. Là per là mi hanno fatto male e ho sofferto. Poi ho capito che grazie alla loro sincerità sono cresciuto e maturato, al punto che anch’io cerco di fare così adesso.

Chi ti ama sul serio si comporta in tal modo. Le cose te le dice in faccia con tutta la passione dello sfogo. Ma non per offenderti. E meglio sapere direttamente cosa pensa una persona che essere pugnalato alle spalle.

Devo proprio molto a chi è stato sempre sincero con me. Provo disgusto per chi mi ha giudicato senza conoscermi, per il solo gusto di infamarmi. Perché? Evidentemente non corrispondevo ai loro principi, al loro falso mondo. La verità e l’amore vanno a braccetto.

Perciò, se dobbiamo dichiarare la verità a qualcuno, non basta saperla ma occorre trovare la giusta delicatezza per fargli capire che sbaglia. Eh sì, la carità non è certo una bella parola! Si vive nella fraternità, nell’onesta e nella sincerità e fa crescere nella conoscenza reciproca.

Ti fa sempre mettere nei panni degli altri e chiederti: “Cosa mi aspetterei se fossi io al suo posto?”. Nello stesso tempo ti fa rendere conto che da solo non puoi vivere, hai bisogno degli altri con i quali condividere la tua vita e migliorarla.

Oh Maestro dammi tu un cuore grande, capace di amare e di perdonare; di chiamare le cose per nome e di rispettare le persone. Ma soprattutto di mettere te al primo posto.