domenica 26 giugno 2011

Vero cibo vera bevanda

Corpus Domini

Gv 6, 51-58


Abbiamo bisogno di nutrirci per vivere. Se non mangiamo e non beviamo l’organismo muore. Per questo siamo legati alla terra, che ci ha dato la vita e continuamente la alimenta con i suoi frutti. È uno dei nostri bisogni primari.

Accanto alla vita biologica abbiamo anche una vita spirituale che, per noi cristiani, è alimentata da Cristo il quale, sin dal giorno del nostro battesimo, ci ha donato una vita nuova. 

Si tratta di un legame intimo e profondo con Dio padre. Un’unione che riguarda il cuore e che cresce grazie all’offerta di Gesù. Questo sacrificio, avvenuto storicamente circa duemila anni fa, si ripete ancora oggi mediante lo Spirito che lo rende attuale nella celebrazione eucaristica.

Essa è memoriale, appunto, dell’ultima cena. Nel cenacolo, infatti, Gesù si dona a noi nel suo corpo e nel suo sangue: “Ora, mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: «Prendete e mangiate; questo è il mio corpo». Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati” (Mt 26, 26-28).

Questo è il cibo che alimenta la nostra vita spirituale, una vita che dura in eterno.


Buon pastore, vero pane,
O Gesù, pietà di noi:

nutrici e difendici,
portaci ai beni eterni
nella terra dei viventi.
Tu che tutto sai e puoi,
che ci nutri sulla terra,
conduci i tuoi fratelli
alla tavola del cielo
nella gioia dei tuoi santi.

sabato 25 giugno 2011

Vedi Napoli e poi muori

Caro diario,
                   qualche giorno fa sono stato di nuovo a Napoli. Ci vado spesso. Una città che per me non perde il suo fascino.

Anche se sono passato attraverso cumoli di mondizia (e che puzza!), ho continuato a provare forti emozioni.

Passare per i vicoli del centro storico, annusare il profuno della pizza (per quanto possibile) e dei dolci (vado matto per il babbà)... il tutto in una belissima gornana di sole, mi ha proprio ricordato il proverbio: vedi Napoli e poi muori.

Sì, evvero, sono stato anche a posillipo.

Il mare con il suo paesaggio a scogliera mi ha proprio catturato. Che bello!



Ecco: vorrei che la mia vita fosse sempre una bella giornata di sole. 

E lo auguro a tutti!

martedì 14 giugno 2011

Il dono dello Spirito


DOMENICA DI PENTECOSTE
At 2, 1-11; Sal 103; 1 Cor 12, 3b-7. 12-13;  Gv 20, 19-23


Celebriamo oggi la festa della Pentecoste.

Dopo che Gesù è apparso agli apostoli per quaranta giorni ed è asceso al cielo, gli fa dono dello Spirito Santo

Come ci narrano gli Atti degli Apostoli, proprio nel giorno di questa festa, che era già una festa ebraica, gli apostoli sono riuniti nel cenacolo e ricevono lo Spirito promesso, il quale fa il dono delle lingue. 

Così annunciano il vangelo in tutte le lingue.

Vi sono in quel giorno, a Gerusalemme, ebrei di tutto il mondo che parlano diverse lingue e gli apostoli riescono a farsi capire da tutti. 

Parti, Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotàmia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frìgia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, Romani qui residenti, Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi…tutte queste persone riescono a capire gli apostoli.

Ecco il dono che lo spirito ha dato loro per annunciare che Cristo è morto e risorto per la nostra salvezza. E quel giorno circa tremila persone, narrano ancora gli Atti degli Apostoli, si convertono e chiedono di essere battezzati.

Quest’annuncio che è iniziato a Gerusalemme in quel giorno di Pentecoste, è arrivato fino a noi oggi. Se tutti noi siamo battezzati e cresimati, è perché abbiamo ricevuto l’annuncio, come quello degli apostoli, che Gesù è il messia ed è morto e risorto per la nostra salvezza.

Quest’annuncio è vero ed efficace proprio perché lo Spirito Santo infiamma i nostri cuori e li rende disponibili ad amare fino in fondo, un amore che va nel profondo del nostro cuore e che invita ad accogliere ed amare tutte le persone. 

Allora, anche noi, come Gesù, possiamo continuamente donare la nostra vita agli altri ad una condizione: che ci lasciamo prendere dallo Spirito, il solo che può trasformare il nostro cuore da pietra a carne, dall’egoismo all’amore vero.

Lo Spirito Santo ci indica sempre la strada del bene e ci offre i doni necessari per affrontare e superare le difficoltà che incontriamo nel cammino di fede. E come agli apostoli ha fatto il dono straordinario delle lingue, a noi ci da la possibilità di amarci gli uni gli altri come Cristo stresso ci ha amati, per alimentare la grazia che abbiamo ricevuto nel giorno del battesimo.

La grazia è paragonabile all’acqua che fa germogliare i semi della terra. Il seme della nostra fede è stato piantato il giorno del battesimo; la grazia continuamente lo alimenta e lo fa crescere fino a diventare frumento da donare. 

Come il pane ed il vino che si trasformano in corpo e sangue di Cristo, così noi ci trasformiamo continuamente da uomini carnali in uomini spirituali.
Chiediamo dunque la grazia allo Spirito di crescere nell’amore e di indicarci la strada del bene per un cammino unitario verso la piena realizzazione i noi stessi.

lunedì 13 giugno 2011

Perchè il mondo piange?



Caro diario,

                       da quando tempo! Come va? Ti ho pensato spesso in questi ultimi anni ed ora eccomi a parlarti del mio mondo.


Bello, brutto, tempestoso....ormai mi conosci.  In questi giorni vivo un'immensa felicità.


Mi sento appagato. Coccolato. Ricco di creatività. Ho pianto anche di gioia. Chissà quando durerà ancora questo bel tempo. Spero per molto.


Tuttavia, stamane ho visto pinagere una persona amica. Di dolore purtroppo. Non avevo parole per consolarla.  La mia vicinanza non basta.


Se potessi le canterei proprio la canzone di Irene Fornaciari: il mondo piange! Così, per consolarla. Ci riuscirò?


 .....Spero di sì!

venerdì 10 giugno 2011

Unità nella diversità



 Giovedì, 9 giugno 2011
At, 22-30; 23, 6-11; Sal 15; Gv 17, 20-26

Stiamo continuando ad ascoltare la preghiera sacerdotale che Gesù rivolge al Padre prima di morire. Oggi, nel passo del Vangelo, Egli prega affinché noi siamo una cosa sola come Lui e il Padre. 

Quando diciamo salvezza, normalmente pensiamo solo alla salvezza della nostra anima; ed è giusto. Però non esprime la pienezza del nostro credo. Infatti, il vangelo ci ricorda che se volgiamo essere salvati, dobbiamo salvarci insieme ai fratelli con i quali camminiamo.  

Dio mi salva se metto la mia vita a servizio degli altri e permetto anche loro di salvarsi con me. Questo è il senso di questa preghiera sacerdotale.

Anche se siamo un unico grande corpo che è la chiesa, in questa unità siamo chiamati a vivere la diversità della nostra chiamata. Ognuno di noi è diverso dall’altro ma con dei doni specifici (i carismi) che lo Spirito gli ha donato. Tali doni crescono tanto quanto li doniamo ai fratelli.

Unità nella diversità, in un cammino unitario, senza fazioni o disgregazioni, per mostrare al mondo l’unico volto di Cristo.
Come la luce del sole. 

Noi vediamo una luminosità armonica che, però, è il frutto dell’unione di vari colori fondamentali che si integrano tra loro e ci danno la possibilità di vedere. Se manca solo un colore non c’è più la luce bianca ma abbiamo una tonalità scura o troppo chiara, che da fastidio agli occhi. 

Così deve essere anche la nostra luce di credenti, che insieme testimoniano la presenza di Cristo luce del mondo. Una luce armonica e piacevole di cui tutti possono godere, anche i lontani. 

Inoltre questa preghiera sacerdotale, coinvolge in modo particolare me sacerdote nel ruolo di guida, nel riconoscere ed indirizzare i vari carismi.

La presenza del sacerdote è garanzia di un cammino unitario nella parrocchia, nella diocesi insieme al vescovo e nel mondo intero con il papa, successore di san Pietro. 

È un cammino non facile, perché è sempre difficile unire i vari carismi, le tante idee, i tanti punti di vista.
Per questo è necessaria la preghiera.

Nel pregare chiediamo allo Spirito Santo, di cui stiamo celebrando la novena, la grazie del discernimento. Insieme come comunità, con la guida del sacerdote, possiamo capire ciò che lo Spirito Santo ci indica giorno dopo giorno per camminare uniti nell’amore.

Proprio con quell’amore con il quale il Signore Gesù ha donato la sua vita per noi.
Dio ci ama sin dall’eternità e noi accogliamo e viviamo questo amore proprio con il nostro cammino comune incontro al Padre.

mercoledì 8 giugno 2011

Fatti santo!


Mercoledì 8 giugno 2011
At 20, 28-38; Sal 67; Gv 17, 11b-19


Spesso diverse persone nel farmi un augurio mi han detto: ‹‹fatti santo!››.

Proprio in questa pagina del vangelo appena proclamato, quest’augurio diventa concreto per me e per voi.

Che cosa significa essere santi? 

Vuol dire essere consacrati nella verità, cioè allontanarsi dal mondo (essere separati) dalle tenebre e del peccato per avvicinarsi a Dio, seguendo quanto la Sacra Scrittura ci indica. 

Però, quando pensiamo all’essere separati dal mondo, automaticamente ci contrapponiamo al mondo. 

La chiesa per tanto tempo ha ragionato in questo modo e si è separata dal mondo. I più anziani si ricorderanno che non era possibile fare alcune cose, come andare al cinema o leggere alcuni libri. Questo fino agli anni sessanta.
C’era un’antitesi netta tra mondo e chiesa.

Questo è dovuto, evidentemente, ad una fase storica che oggi non esiste più e che ha portato a interpretare il vangelo in modo parziale, valido per la società di allora, non certo per oggi. 

Anche se farsi santi o consacrarsi a Dio, nell’accezione del termine, significa separarsi dal mondo, questo non vuol dire estraniarsi dalla realtà nella quale viviamo. 

Il mondo cui si riferisce san Giovanni riguarda le tenebre del peccato: tutte quelle logiche che si contrappongono alla mentalità di Dio, che è luce, e che hanno a che fare con Satana, il quale ci porta a separarci da Dio e dalla comunione con i nostri fratelli. 

Pur se non del mondo, siamo chiamati a vivere con le persone che abbiamo a canto, anche se sono non credenti. Perché Dio parla alla coscienza di ognuno e delle volte dialogando con queste persone scopriamo un mondo di valori invidiabile per noi cristiani.

Gesù è presente in tutti i cuori. Anche in chi non riconosce la sua signoria e la sua divinità.

Certo per noi credenti il discorso è diverso. Abbiamo scelto di consacrarci a Dio sin da giorno del nostro battesimo e continuamente ci uniamo a Lui nella sua preghiera sacerdotale per testimoniare al mondo la luce nuova del Risorto. 

Per questo seguiamo i comandamenti, in particolare la morale delle beatitudini, la magna charta del cristiano: beati i miti, i puri di cuore; beato chi è perseguitato a causa della giustizia e così via.  Questo per realizzare il regno dei cieli.

Quindi, se vogliamo essere bravi cristiani, siamo chiamati a mettere in pratica quanto Gesù continuamente ci indica. 

Se, allora, desideriamo vivere la nostra santità, è necessario riconoscere che da soli non ce la possiamo fare. Abbiamo bisogno del Paraclito, dello Spirito consolatore che Gesù stesso ci ha donato. 

Chiediamo la grazia di vivere sempre la nostra vocazione di consacrati a Dio illuminati dalla presenza dello Spirito. Rivolgiamo a Lui, in particolare, la nostra preghiera, giacché siamo ormai prossimi alla festa della Pentecoste.
Che Dio ci faccia santi! 

ASCENSIONE DEL SIGNORE


 Domenica 05-06-2011
 At 1, 1-11; Sal 46; Ef 1, 17-23; Mt 28, 16-20

Dopo che Gesù è apparso per quaranta giorni agli apostoli ed alla madonna riuniti nel cenacolo, è giunto il momento di ritornare al padre. 

Gesù se ne va da questo mondo e torna al padre, ma non ci lascia soli: io sono in mezzo a voi fino alla fine del mondo. È la presenza del risorto di cui facciamo memoria in questa assemblea liturgica. Egli tramite la Parola e l’Eucaristia attualizza l’evento della sua passione-morte-resurrezione, avvenuto circa duemila anni fa.

La memoria è diversa dal ricordo. 

Con il ricordo si tratta di rievocare degli episodi che non possono più avvenire. Si tratta di rievocare delle immagini che comunque restano del passato. La memoria, invece, è rendere presente un evento o una persona. Fare memoria di Gesù, significa rivivere ciò che egli ha fatto per noi duemila anni fa.

Gesù continua a offrirsi al padre per noi in ogni celebrazione eucaristica. E noi possiamo fare esperienza del risorto solamente se ci riuniamo in assemblea, come gli apostoli e Maria, in ascolto della parola e nutrendoci dell’Eucaristia. 

Dagli atti degli apostoli abbiamo ascoltato la narrazione di com’è avvenuta l’ascensione. Gesù appare ancora una volta agli apostoli e, a un certo punto, sale al cielo e scompare, quasi come un fantasma. Gli apostoli si spaventano e rimangano a bacca aperta. 

Finché non vengono riportati alla realtà da alcuni angeli, che gli ricordano il compito che Gesù gli ha affidato (come abbiamo ascoltato dal vangelo): andate fate discepoli tutte le persone battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

Questo Dio uno e trino di cui egli ci ha parlato è un Dio che non solo rimane in mezzo a noi, ma chiede a noi di testimoniarlo. Se no il mondo come fa a vederlo concretamente? 

A tal proposito San Paolo ci ricorda che noi siamo corpo di Cristo

Per questo sin dal giorno del nostro battesimo siamo uniti a Gesù intimamente. Ognuno può rendere presente il volto di Cristo nella nostra realtà. Ognuno di noi è un membro di questo grande corpo che è la chiesa e può operare nello specifico della propria vocazione. 

A cominciare dal capo, che è Cristo, ognuno si mette a servizio degli altri per l’edificazione vicendevole, soprattutto nel triplice servizio di carità, catechesi e liturgia.

Questo grande corpo è guidato da cristo capo verso il luogo dove lui è asceso. 

E quando immaginiamo questo luogo, il cielo o il paradiso come volgiamo chiamarlo, non dobbiamo pensare ad una realtà talmente alta da essere irraggiungibile. No, perché essa è già in mezzo a noi proprio grazie al nostro operare. Se Gesù è nel nostro cuore, allora lo doneremo anche agli altri, a quelle membra sofferenti che ci ricordano le sue piaghe e che hanno bisogno di essere medicate.

È in queste piaghe d’ingiustizia e di sofferenza che siamo chiamati a portare il Cristo Risorto. 

Allora, chiediamo al signore in questa eucaristia la grazia di essere cristiani autentici soprattutto nei momenti di buio e di difficoltà. E che ci dia la forza di credere che questa luce che oggi è fievole possiamo goderla insieme e pienamente in paradiso per l’eternità.

lunedì 6 giugno 2011

OMELIA DEL 03.06.2011

GIOIA VERA
OMELIA DEL 03.06.2011
 
Questa sera Gesù parla della gioia vera, quella che dà pienezza alla nostra vita, è una gioia che viene dopo il dolore e la sofferenza. E ci ricorda il modo con il quale Lui ci ha donato questa gioia: prima della resurrezione ha sofferto, è stato condannato a morte e poi Dio lo ho risorto dai morti. 

Mentre in Quaresima abbiamo meditato in particolare sulla sofferenza, adesso, in questo tempo di Pasqua gioiamo, perché dopo la penitenza siamo passati ad un periodo di gaudio, che esprimiamo anche con i colori. Infatti, il sacerdote che indossa la casula bianca, che indica la festa, la gioia del banchetto messianico che Gesù ha inaugurato con la sua resurrezione. 

Così il Cristo è divenuto luce per noi, come questa che vediamo nel cero pasquale.

Con la resurrezione Gesù ha vinto la morte ed ha inaugurato una vita piena e duratura. Una vita che abbiamo di cui siamo partecipi sin dal giorno del nostro battesimo e che è simile ad un fiammella da alimentare. Una fiamma che arde e accende se continuamente passa attraverso esperienze di morte e resurrezione. La fede in Cristo ci rassicura che dopo l’esperienza del dolore ci sarà sempre la gioia.

Questo il vangelo vuol farci capire questa sera, quando fa l’esempio della partoriente.

Per la donna il parto è una sofferenza, si rischia anche la morte, ma quando ha fra le mani il frutto del suo grembo, il bambino, prova una gioia immensa che fa dimenticare la sofferenza provata in precedenza. Ne è valsa la pena aver sofferto ed averlo portato nel grembo per nove mesi.

Così anche per la nostra fede.

Se è una fede vera che si fonda su Gesù morto e risorto per la nostra salvezza, deve continuamente donarci gioia e serenità, soprattutto nel nostro intimo. Nella nostra vita incontriamo sempre la sofferenza e la prova, ma quello che deve caratterizzare il cristiano è il sorriso in bocca.

Questo non viene da noi stessi, ma è un dono di Dio che si sperimenta in un incontro con una persona: Gesù vero Dio e vero uomo.

Il nostro, allora, non è un Dio lontano, ma talmente vicino da essere una persona accanto a noi. Se noi siamo sempre in comunione con lui accostandoci alla Parola e nutrendoci dell’Eucaristia, avremo la gioia vera e la doneremo anche agli altri attraverso parole e gesti di speranza.

Chiediamo allora questa grazia: fa oh Signore che in tutte le difficoltà che affrontiamo possiamo sempre dirti grazie e riconoscere che tutto quello che abbiamo è un tuo dono. Questo per essere sempre cristiani della gioia che sanno trasmettere la fede a tutte le persone che incontrano.

venerdì 3 giugno 2011

OMELIA DEL 03.06.2011


GIOIA VERA


 
Questa sera Gesù parla della gioia vera, quella che dà pienezza alla nostra vita, è una gioia che viene dopo il dolore e la sofferenza. E ci ricorda il modo con il quale Lui ci ha donato questa gioia: prima della resurrezione ha sofferto, è stato condannato a morte e poi Dio lo ho risorto dai morti. 

Mentre in Quaresima abbiamo meditato in particolare sulla sofferenza, adesso, in questo tempo di Pasqua gioiamo, perché dopo la penitenza siamo passati ad un periodo di gaudio, che esprimiamo anche con i colori. Infatti, il sacerdote che indossa la casula bianca, che indica la festa, la gioia del banchetto messianico che Gesù ha inaugurato con la sua resurrezione. 

Così il Cristo è divenuto luce per noi, come questa che vediamo nel cero pasquale

Con la resurrezione Gesù ha vinto la morte ed ha inaugurato una vita piena e duratura. Una vita che abbiamo di cui siamo partecipi sin dal giorno del nostro battesimo e che è simile ad un fiammella da alimentare. Una fiamma che arde e accende se continuamente passa attraverso esperienze di morte e resurrezione. La fede in Cristo ci rassicura che dopo l’esperienza del dolore ci sarà sempre la gioia.

Questo il vangelo vuol farci capire questa sera, quando fa l’esempio della partoriente.

Per la donna il parto è una sofferenza, si rischia anche la morte, ma quando ha fra le mani il frutto del suo grembo, il bambino, prova una gioia immensa che fa dimenticare la sofferenza provata in precedenza. Ne è valsa la pena aver sofferto ed averlo portato nel grembo per nove mesi.
Così anche per la nostra fede.

Se è una fede vera che si fonda su Gesù morto e risorto per la nostra salvezza, deve continuamente donarci gioia e serenità, soprattutto nel nostro intimo. Nella nostra vita incontriamo sempre la sofferenza e la prova, ma quello che deve caratterizzare il cristiano è il sorriso in bocca.

Questo non viene da noi stessi, ma è un dono di Dio che si sperimenta in un incontro con una persona: Gesù vero Dio e vero uomo. 

Il nostro, allora, non è un Dio lontano, ma talmente vicino da essere una persona accanto a noi. Se noi siamo sempre in comunione con lui accostandoci alla Parola e nutrendoci dell’Eucaristia, avremo la gioia vera e la doneremo anche agli altri attraverso parole e gesti di speranza.

Chiediamo allora questa grazia: fa oh Signore che in tutte le difficoltà che affrontiamo possiamo sempre dirti grazie e riconoscere che tutto quello che abbiamo è un tuo dono. Questo per essere sempre cristiani della gioia che sanno trasmettere la fede a tutte le persone che incontrano.

giovedì 2 giugno 2011

OMELIA DEL 02.06.2011

IL PARACLITO



OMELIA DEL 02.06.2011

 

Non vi lascerò orfani dice il Signore.

Questa espressione l’abbiamo già ascoltata domenica scorsa, sempre tratta dal vangelo secondo Giovanni. Gesù annuncia che non ci lascerà soli in quanto ci invierà il Paraclito, lo Spirito Santo, il Consolatore, Colui che ci guiderà alla verità tutta intera. Un discorso che i discepoli di allora non capivano. Anche noi, oggi, molte cose di cui Gesù parla nel vangelo non possiamo capirle. 


Almeno che non  facciamo spazio dentro di noi a questo Consolatore, che Egli ci ha donato e che noi abbiamo ricevuto nel giorno del battesimo, in particolare con la cresima, quando abbiamo confermato la nostra fede. 


Lo Spirito di Dio è colui mediante il quale la persona di Gesù, il figlio di Dio che è morto e risorto duemila anni fa, è presente in mezzo a noi anche questa sera, che ascoltiamo che celebriamo l’Eucaristia


Ecco perché Gesù dice: un po’ e non mi vedrete ancora un po’ e mi vedrete. Si riferisce alla sua morte in croce, ma anche allo Spirito Santo, al Consolatore che egli ha donato a Pentecoste e che permette ancora oggi  la sua presenza in mezzo a noi.


Infatti, lo Spirito consola sì il nostro cuore, ma lo riscalda anche e lo prepara ad accogliere questa Parola che abbiamo ascoltato e la fa fecondare. 


Se seminiamo un seme nella terra è necessario che  questo seme si apra e produca vita nuova. Così è anche per la nostra fede


Questo seme che Dio ha piantato nel nostro cuore nel giorno del battesimo, che è la fede nel Signore Gesù morto e risorto, si sviluppa e può crescere perché alimentato dallo Spirito che abbiamo ricevuto nel giorno della Cresima.


E lo Spirito è paragonabile anche all’acqua, quella che è capace di far rinascere e che da vita, che disseta per sempre; Gesù ce lo ricorda nell’episodio della samaritana al pozzo. Ecco: Gesù è come acqua che è viva grazie alla presenza vivificante dello spirito santo. 


Questa pagina evangelica, tra l’altro, ha a che fare con il testamento che Cristo ha lasciato ai discepoli. 


Il non vi lascerò orfani si riferisce anche a noi oggi. Non siamo soli; il Paraclito è ancora in mezzo a noi e fra una decina di giorni celebreremo proprio la festa di Pentecoste, dove concluderemo il tempo di Pasqua, nel quale abbiamo celebrato e vissuto l’esperienza della morte e resurrezione di Gesù.


Allora vogliamo prepararci a questa festa ricordandoci dell’importanza che ha questo Spirito. 


Lo Spirito Santo è Dio e dona la vita. Lo Spirito Santo insieme al Padre e al Figlio è il nostro Dio uno e trino. E mentre unisce il Padre e il Figlio nell’amore, così unisce noi, figli adottivi, a Dio. Grazie a questo Spirito si rende presente il miracolo di Gesù di duemila anni fa. 


Chiediamo la grazia, affinchè lo Spirito passa continuamente cambiare il nostro cuore, possa rinnovarlo giorno dopo giorno da cuore di pietra in cuore di carne; da un cuore egoista chiuso in se stesso ad un cuore capace di amare.

Questo fa lo Spirito Santo: ci da la capacità di amare per poter lodare Dio in questa vita e poi nell’eternità.