venerdì 22 luglio 2011

Terreno buono



Es 20, 1-17; Sal 18; Mt 13, 18-23

Per produrre frutto nel nostro terreno buono è necessario seguire le indicazioni che Dio vi ha posto sin dalle origini della creazione.
Esse, smarrite dopo il peccato originale, sono indicate da Dio a Mosè nei dieci comandamenti. Punti di riferimento per il nostro cammino di fede, come segnali da seguire per raggiungere una destinazione. Sono norme che perfezionano la natura e la rendono pienamente se stessa.
Ancora di più per il nostro cuore.
Esso è esigente e difficilmente riusciamo a soddisfare le sue aspirazioni di felicità. Spesso ci sentiamo soffocati da tante cose, anche se non ci manca nulla. Abbiamo tutto, ma la serenità viene meno facilmente, rendendo la nostra anima pesante e smarrita.
Manca quella gioia che solo Dio può dare.
Uno stato d’animo che dura per sempre ma che bisogna conquistare, proprio come l’agricoltore custodisce la semina e gli dà il necessario per farla germogliare.
Il necessario sono i dieci comandamenti, come la nota del contadino che sa ciò che serve per il proprio campo.
Ma non bastano.
Gesù li ha portati a compimento con la sua predicazione ed il suo modo di fare. Non più solo la legge esterna ma quella dell’amore, che è la base di tutto. Potremmo dire il nostro terreno buono.
Siamo stati creati ad immagine e somiglianza di Dio, con una forte predisposizione a vivere insieme a tutti nel rispetto e nell’amore totale per gli altri.
Questo Gesù ci ha insegnato: ad amarci gli uni gli altri. Questo è il regno di Dio che è già presente ora in mezzo a noi, grazie al sacrificio di Cristo che si è fatto uno di noi per amarci fino in fondo.
L’amore è la pienezza della legge. È quel terreno buono che può far germogliare la parola come lievito che fermenta la massa. 

mercoledì 20 luglio 2011

Un Dio provvido


 

Es 16, 1-5. 9-15; Sal.77; Mt 13, 1-9

Il Signore nutre sempre il suo popolo. Gli dà il pane per nutrire il corpo e quello che nutre l’anima: la Parola.
Nel deserto il popolo ebraico mormora contro Mosè perché si sente abbandonato da Dio. Eppure, Egli lo ha liberato dalla schiavitù egiziana. Gli israeliti preferiscono tornare indietro e vivere da schiavi, pur di lasciare il deserto e abbandonare la meta della terra promessa.
Ma Dio non li abbandona. Ascolta la loro supplica e gli dà le quaglie e la manna per sfamarli.
Perché Egli è un Dio provvido; ascolta sempre le preghiere del suo popolo.
Tuttavia, non si limita ad accontentare i nostri capricci, ma va oltre, indicandoci una vita che dura in eterno e che pure ha bisogno di essere nutrita.
Questa vita Gesù la paragona ad un seme che Dio dona al nostro cuore, che è il campo. Dio semina in larga misura, ma non sempre il terreno è buono. Perché vi sono altri semi che attecchiscono e lo sfruttano, come le spine o la zizzania.
Il terreno buono e produttivo, resta tale se ascoltiamo la Parola.
Essa è il nutrimento, quell’acqua viva che fa germogliare, grazie allo Spirito che la vivifica. Essa è pane grazie a Cristo che ha vinto la morte ed intercede per noi presso il Padre.
Le nostre mormorazioni, se pur comprensibili, trovano pienezza in un Dio che è con noi e cammina con noi fino alla fine dei tempi, dove il terreno del nostro cuore non sarà più sfruttato da false sementi, ma avrà la pienezza del grano maturo, pronto per essere riposto nel granaio.

mercoledì 6 luglio 2011

Il pane


                                                                              
                                                                                     Gn 41, 55-57; 42, 5-7. 17-24; Sal 32; Mt 10, 1-7

Il giorno del Corpus Domini il Signore ci ha ricordato che non di solo pane vive l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.
Oggi, più o meno, il tema è ripreso dalle letture.
Nel libro della Genesi si parla di Giuseppe il venduto. In un periodo di carestia i fratelli scendono in Egitto per chiedere il grano, visto che i granai sono pieni. E chi li ha riempiti è stata proprio la sapienza dell’amministratore Giuseppe, che, intanto, è arrivato al palazzo del faraone.
Il vangelo parla di Gesù. Ritenuto un folle e messo a morte, egli tuttavia è il Figlio di Dio e ha portato a compimento le attese dell’Antico Testamento, divenendo Parola incarnata e cibo che dura per la vita, con una sapienza che è di più di quella di Salomone.
Si parla, dunque, di pane, di cibo.
Nel primo caso di un cibo che perisce, nel secondo di un cibo che dura per la vita. Gli artefici, in entrambi i racconti, sono persone rifiutate dagli uomini ed esaltati da Dio.
Così il regno di Dio è vicino a noi: proprio nella persona di chi si fa piccolo e che spesso è disprezzato. Primo fra tutti Cristo Signore, che ha svuotato se stesso, tranne la sua natura, per farsi uno di noi e portarci al Padre celeste.
Noi, suoi discepoli, siamo chiamati a seguirlo nella strada dell’umiltà per condividere la sua missione nell’annuncio del vangelo a tutte le genti.
Saremo credibili quanto più ci faremo piccoli, perché è lì che si manifesta la potenza di Dio.

lunedì 4 luglio 2011

Il re


                                                                        Zc 9, 9-10; Sal 144, Rm 8, 9. 11-13; Mt 11, 25-30

L’ingresso a Gerusalemme di Gesù è avvenuto a cavallo di un asino.
Così Egli si è presentato al mondo: un re umile e pacifico.
Un re che “farà sparire i carri da Efraim e i cavalli da Gerusalemme,l’arco di guerra sarà spezzato, annunzierà la pace alle genti, il suo dominio sarà da mare a mare e dal fiume ai confini della terra”.
Una logica completamente diversa da quella del mondo che proietta in una realtà che gli è completamente opposta. Gli ultimi, i disarmati, sono quelli che hanno i primi posti. Così come è stato per il figlio dell’uomo: deriso e beffeggiato, ma esaltato da Dio al tempo opportuno.
Gesù non si è fermato. Ha seguito la strada stretta che il Padre Gli aveva preparato e l’ha fatto per tutti noi. Ci ha salvati e redenti dalla schiavitù della carne.
“Se invece con l’aiuto dello Spirito voi fate morire le opere del corpo, vivrete”, ci ricorda san Paolo. È lo Spirito che ci indica la strada giusta da seguire. Certo, una via stretta ed impervia. Ma con il suo aiuto anche noi arriveremo alla meta.
Ad una condizione: farci come bambini.
“Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare”. È Gesù che parla.
L’invito è per noi.
La nostra risposta dovrebbe, dunque, essere l’abbandono dell’orgoglio e della superbia, che ci rendono grandi ed orgogliosi, mettendo al centro il nostro egoismo e l’adesione alla virtù della umiltà, che ci fa prendere in seria considerazione Dio e gli altri

domenica 3 luglio 2011

Il somaro

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
anno A
Mt 11, 25-30

Quando ero piccolo vedevo sempre un vecchietto che andava in giro con un asino.

Mi incuriosiva. I miei genitori mi dissero che zio Macario, così si chiamava, andava alla sua terra. L’unico modo per arrivarci era il somaro, la sua vettura.
 

Quando mi hanno detto che Gesù è entrato a Gerusalemme a cavallo di un asino, io ho sempre immaginato zio Macario. Anche Gesù ha scelto questo mezzo per presentarsi come il Messia, il salvatore delle genti. Realizzando la profezia di Zaccaria:  “Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina” (Zc 9, 9).

Questo paragone con quel vecchietto, mi fa pensare anzitutto allo specifico del nostro Dio. Egli non ama la violenza e non fa uso di mezzi grandiosi per conquistare il nostro consenso, ma si serve di cose semplici e umili.

In secondo luogo,  zio Macario mi rimanda agli ultimi di cui parla il vangelo di questa domenica.

I piccoli sono proprio quelli che non hanno idee di grandezza, ma si accontentano del poco e del giusto, senza pretendere il di più; sono quelli che sanno riconoscere il primato di Dio nella loro vita e gli rendono grazie. Sanno che Egli non li abbandonerà.

Signore anch’io so che il tuo giogo è dolce e soave. Tu mi vuoi rendere libero di poter amare e dire per primo ti voglio bene. Permettimi di farti entrare nella mia vita. E Tu restaci. Per sempre.