domenica 30 ottobre 2011

Bella faccia

XXXI Domenica del Tempo Ordinario – Anno A
 
Mt 23, 1-12

Il modo di apparire agli altri rischia di prendere il sopravvento nella nostra via perché non vogliamo essere giudicati mali. Le malelingue tagliano e fanno male! Tuttavia, quando non si ha nulla da nascondere perché bisogna temerle?

Allora ci troviamo dinanzi ad un bivio: o indossare delle maschere e con esse avere il rispetto della gente; o essere se stessi e conquistarsi la fiducia degli altri costruendo rapporti umani autentici. Da qualche tempo, preferisco la seconda strada. Quella più difficile.

Tuttavia, in questo modo, chi mi è accanto mi accoglie non per degli atteggiamenti corretti, ma per quello che sono e mi aiuta a crescere quando sbaglio, nella sincerità e nell’immediatezza. Se veramente una persona mi vuole bene, non mi condannerà quando sbaglio, ma troverà il modo di andare nel profondo e di capirmi. Non sparlerà di me, ma mi chiamerà in disparte e mi farà notare alcune cose. Forse mi chiederà anche scusa.

Senza maschere, evvero, si è vulnerabili e le tempeste possono travolgerti. Ma è meglio essere travolti che essere presi in giro. È meglio essere delusi che essere soddisfatti da persone edulcorate che sanno dirti sempre le stesse cose. E non con il cuore, ma con quella adulazione subdola da alto borgo.

Preferisco i bassi fondi. Lì non mi giudicano per il mio modo di vestire, ma sanno saziare la mia fame, senza neanche sapere chi sono. Sì: preferisco gli ultimi posti e prego il Signore che mi faccia navigare sempre in questo mare poco gettonato ma ricco di un panorama stupendo che desta meraviglia e stupore. Sempre!

mercoledì 26 ottobre 2011

Mercoledì della XXX settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)

La debolezza


Rm 8, 26-30; Sal.12; Lc 13, 22-30



La nostra debolezza delle volte è troppo forte e ci spinge talmente in basso da farci credere che per noi la salvezza è lontana. Come quando ti trovi in un pericolo imminente e pensi di non uscirne. O in un incubo. Chi può tirarci fuori?

Ancora oggi Paolo ci viene in aiuto. E’ lo Spirito che soccorre la nostra debolezza e la porta a Dio anche attraverso gemini inesprimibili. Lui la trasforma e la offre a Dio per realizzare il suo progetto d’amore, che è la conformità all'immagine di suo Figlio, morto e risorto per la nostra salvezza.

lunedì 24 ottobre 2011

Lunedì della XXX settimana del Tempo Ordinario - anno dispari


L’eredità



Rm 8, 12-17; Sal.67; Lc 13, 10-17

Quando riceviamo in eredità un bene, un pezzo di terra, una casa o altro, dobbiamo impegnarci per migliorarlo, altrimenti l’usura del tempo lo porta in rovina. Occorrono opere di manutenzione, di mantenimento, ed interventi di adeguamento e miglioramento, per renderlo più adatto alle esigenze dei tempi.
Anche la fede che abbiamo ricevuto in eredità dal giorno del nostro battesimo, deve crescere e migliorare attraverso la nostra adesione e i frutti delle opere buone. Lo Spirito Santo ci aiuta in questo, allontanandoci dalla rovina della carne, che tende a distruggere quanto ricevuto da Dio.
La carne è paragonabile, appunto, all’usura del tempo che distrugge. Se la si segue, senza intervenire per migliorare, si arriva alla distruzione totale: la morte. Se, invece, facciamo nostro i suggerimenti dello Spirito, cresciamo e costruiamo un grande edificio spirituale, che non è solo nostro, ma di quanto camminano con noi.
Questa eredità, ci ricorda ancora Paolo, è quella si Cristo, in altre parole la sua morte e resurrezione. Perciò è un continuo passaggio, che avviene nella nostra vita, da momenti difficili di sofferenza alla gioia vera che viene da Dio, che un domani sarà definitiva.
Per questo, come ieri c’era ricordato, l’umanità è il volto del Dio vivente e siamo chiamati sempre a servirla per crescere nell’amore con l’aiuto dello Spirito. Le norme servono proprio a questo: per risollevare chi è imprigionato da atteggiamenti di morte per riportarlo alla vita.
È questa la nostra missione da operare sempre, senza lasciarci condizionare dalla severità della norma, che è al servizio dell’uomo e della sua crescita interiore.

sabato 22 ottobre 2011

Punti di riferimento

varie 496
XXX Domenica del Tempo Ordinario – Anno A
Mt 22, 34-40
Quando sei nella nebbia, non vedi più nulla. Anche se c’è luce, questa si rifrange e ti abbaglia come un muro. Puoi camminare, ma non sai dove andare perché non ci sono punti di riferimento.

Devi solo aspettare che passi, soprattutto quando è fitta. Altrimenti rischi di andare fuori strada o di finire contro un ostacolo Quando poi si dirada, puoi osservare tutto, anche i particolari, specie se l’aria e nitida. Ti puoi orientare.
La vita di fede ha spesso a che fare con un’esperienza simile. Non vedi nulla, non trovi più il senso dell’esistenza; non hai risposte da Dio e ti devi fermare. O lasci andare o aspetti.
Puoi anche cambiare strada se vuoi.
Tuttavia, se credi, sai che alla fine il Signore toglie la nebbia e ti fa vedere, anche dove non ci capivi nulla.

Ci poniamo delle domande, a volte troppe; ma quando gustiamo la bellezza del panorama, rimaniamo stupiti e la meraviglia è l’unica risposta che ci rinsalda nel nostro cammino di fede.
All'improvviso ci si sente amati e coccolati dalla natura e dalle persone che camminano con noi. Riusciamo a vederle per come sono. Le riscopriamo.
Già, le cose belle hanno bisogno di essere conquistate. Col tempo e il sacrificio s’illimpidiscono e si mostrano nella loro natura.
Quello che Dio racchiude nel comandamento dell’amore: ama Dio sopra ogni cosa ed il prossimo come te stesso, è l’unico criterio per uscire dalla nebbia. Un atteggiamento che parte da noi stessi per aprirsi a Dio, al mondo, agli altri. Come un panorama che si svela.

Bello e misterioso.

domenica 16 ottobre 2011

Il primato

XXIX Domenica del Tempo Ordinario – Anno A
Mt 22, 15-21

Per amore si fanno cose folli. Parlo del vero amore, quello che riconosce l’importanza ed il valore della persona amata, al di là del puro sentimento. Anche quando non si prova più nulla. La persona non cambia come i sentimenti.

Certamente le emozioni hanno la loro importanza. Sono la base di una vera esperienza di conoscenza. Però, occorre andare oltre. È difficile essere capiti per quello che si è veramente, tanto più essere amati. Perché è necessario che il nostro cuore sia accolto da un altro, senza pregiudizi. Questo richiede molto tempo. Assegnare il primo posto a qualcuno esige scelte concrete che ne confermino la decisione fondamentale.


Se riconosco che il Signore è la mia vita e voglio metterlo al primo posto nel mio cuore, devo crescere con Lui. Ma, prima di tutto, è necessario sperimentare che la sua amicizia è l’unica che può riempire il mio cuore e renderlo capace di amare.


Quando un mio amico chiese alla sua ragazza di sposarla, lei gli disse che non avrebbe mai avuto il primo posto nel suo cuore, perché lo aveva già dato a Dio. Lui rimase male. Tuttavia lei gli disse che questo era fondamentale per amarlo come sposo in tutta la vita. Perché solamente il Signore poteva aiutarla ad amare sul serio e per sempre.


Questo vale anche per noi. Siamo sempre chiamati a scegliere tra Dio ed altri idoli che, in vario modo, ci condizionano. Sono i vari “Cesari” che presumono di essere “Dio” e s’impongono alla nostra vita. Ma sul nostro cuore non hanno nessun potere. Come dice Gesù, è indispensabile, allora, dare a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio.

sabato 8 ottobre 2011

Abiti di festa

XXVIII Domenica deTempo Ordinario – Anno A
Mt 22, 1-14

 
Quando si è in festa, s’indossano gli abiti più belli. Addirittura per i matrimoni se ne comprano di nuovi per fare bella figura e condividere la gioia degli sposi. Di là da inutili eccessi, mi sembra giusto. Anche con i vestiti si esprimono dei sentimenti.

Mi ricordo che una volta a un ricevimento, il nonno del festeggiato si presentò con gli abiti da lavoro. Venne così come si trovava, a causa della sua avanzata età. Subito lo portarono a cambiarsi e quando ritornò, esprimeva qualcosa di diverso con il suo abito stirato e lucente. Manifestava proprio la gioia del nipote, che in quel giorno aveva ricevuto la cresima. Come una luce diversa.

Questo ricordo da bambino, mi richiama il vangelo di questa domenica, dove pure si parla di un banchetto. Precisamente di un pranzo nuziale, dove occorre l’abito appropriato. Sembra una banalità. Ma, a ben pensarci, l’abito esprime quello che siamo. Il nostro essere più profondo.

Siamo chiamati a venire allo scoperto. Nelle parti belle e brutte. Come quel nonnino è stato invitato a cambiare abito, così noi. Vedo nell’abito vecchio l’ipocrisia. In quello nuovo la voglia di essere noi stessi. È questo quello che il Signore desidera da noi. Ci aiuta a crescere e per questo ci invita a cambiare abito per partecipare alle nozze di suo Figlio.

Non lo può imporre. È chiamata in causa la nostra responsabilità. Penso che ci convenga seguire l’esempio di quel nonnino e lasciarci cambiare l’abito per gioire al banchetto di nozze dell’Agnello.

mercoledì 5 ottobre 2011

I miei strumenti


Caro diario,
                    come stai? Che domande. Starai con la testa fra le nuvole, come sempre. Ma così ti voglio! Sei il mio mondo e così devi essere.

Solamente che io sono sempre sotto questo cielo perché ho paura di volare e prendere il largo con te nell’infinito mondo della fantasia.

Ma quel’è il confine tra realtà e fantasia? Non lo sai neanche tu.

Questa sera, forse, una risposta ce l’ho. La vedo negli strumenti che cerco di suonare, o strimpellare, forse è meglio dire così.

Prima viene la tastiera, il mio primo amore. L’ho conosciuta alle elementari, quando me l’hanno presentata, anche se io volevo conoscere il clarinetto.

Tre mesi di pianoforte e poi basta! Era meglio giocare a pallone. Ma poi la ritrovo dopo la maturità. È l’harmonium. Me ne appassiono al coro parrocchiale e non lo lascio fin quando non imparo gli accordi ed io stesso guido la liturgia, anche con il canto.

Poi arriva la mia amica chitarrina.
 
Ero all’università. Non avevo nessuna tastiera. Di fronte alla mia camera, buttata in un sottoscala, trovo una chitarra. Chiedo il permesso e la prendo in mano. Con qualche metodo, comincio a provare gli accordi….non l’ho più lasciata.

Ecco, quando suono è come se gli strumenti diventassero le mia mani per esprimere emozioni. Sono un prolungamento di me ed è come se il confine tra realtà e fantasia svanisse per aprire  il sipario di un mondo che mi rigenera.

E allora, caro mio, veramente ritrovo me stesso e quella parte sepolta di me che da qualche tempo avevo dimenticato.

martedì 4 ottobre 2011

San Francesco d'Assisi

Semplicità


Gal 6, 14-18; Sal 15; Mt 11, 25-30

San Francesco è quasi un mito, sia da un punto di vista religioso che mondano.È una persona famosa in tutto il mondo e richiama subito la natura e l’ecologia, per il modo con il quale si rapporta alle cose. Considera tutti fratelli e sorelle, come recita nel cantico delle creature, e le rispetta, dando ad ognuno il giusto posto nell'ordine creato da Dio.

Tuttavia, Francesco è un grande, ed a giusto titolo, perché si fa piccolo, spogliandosi delle sue ricchezze e del suo orgoglio. Quando ha incontrato il Signor Gesù, ha ascoltato la sua chiamata e l’ha seguito fino in fondo, facendosi ultimo fra gli ultimi, lui che era il primo per onori e ricchezze.

La sua umiltà è stata il lievito che ha fermentato la riforma della chiesa dell’epoca, intrisa di potere mondano e, per questo, poco credibile. Con il saio e l’arma della povertà evangelica ha testimoniato le origini dell’epoca apostolica, quasi smarrite, ed ha riportato in vista proprio i poveri e gli umili.

Anche materialmente, aggiustava chiese diroccate, come san Damiano, e formava le prime comunità di frati; come unica regola il vangelo e le sue beatitudini. Ha dato così vita a un ordine, i francescani appunto, che nel corso dei secoli ha varato ingenti figure di santi che hanno continuato la sua predicazione ed il suo operato.

La sua semplicità oggi è da prendere come punto di riferimento. Se vogliamo seguire sul serio il Signore, dobbiamo spogliarci di noi stessi per riempirci di Lui e farci trasformare dal suo amore travolgente. Dov’è odio che io porti pace!

sabato 1 ottobre 2011

Buona raccolta

XXVII Domenica del Tempo Ordinario – Anno A
Mt 21, 33-43


Ieri mi hanno offerto un bel grappolo d’uva appena spezzato. Veramente ottimo. Quest’anno sembra una buona annata. Orami il periodo della vendemmia è vicino, almeno qui da noi. Si raccolgono i frutti. Buoni. Dietro questo raccolto c’è molto lavoro. Il vignaiolo non deve distrarsi un attimo dalle sue viti. Sempre vigilare per intervenire: la fresa del terreno, la potatura, il verderame….una serie di cose che richiedono un anno di lavoro.

Poi, quando ci sono acqua e bel sole al tempo opportuno, la fatica è ricompensata. Anche il regno di Dio è così. Proprio come una vigna da custodire. Il Signore ce l’ha affidata sin dal giorno del battesimo. Lì siamo diventati suoi collaboratori attraverso il Figlio Gesù, che lavora con noi.Evvero, Egli, perlopiù, raccoglie i frutti del nostro lavoro, ma non ci lascia soli. È con noi nella vigna per sorvegliarla. Con lo Spirito vediamo le giuste cose da fare e abbiamo la forza per realizzarle.

Con Cristo offriamo al Padre il nostro lavoro, come uva che si preme nel torchio.Il suo sangue versato si unisce alle nostre fatiche, che Dio trasforma in bene; in gustose bevande e cibi succulenti. Per noi e per tutti gli uomini di buona volontà. La vigna è universale, tutti siamo chiamati a lavorarvi.

Ma dobbiamo impegnarci per farla fruttificare attraverso un cammino personale, orientato alle opere buone ed edificanti. Oh Signore, non toglierci la vigna che ci hai affidato, ma per la tua misericordia, fa che possiamo essere buoni operai del tuo campo ed eliminare l’erbaccia del nostro egoismo.